ordinare il caos per non dimenticare

Immerso nel silenzio del mio soppalco contavo i suoi passi e la immaginavo allo specchio, a ritoccarsi le labbra di rossetto, poi uno squillo a cambiarla di direzione, un altro squillo e pronto. Pronto? Niente e nessuno poteva tradirla. E non avrei mai risposto al telefono. Ordinavo il caos per non dimenticare nulla. Forse glielo dirò alla signora Fratti, oggi, le dirò che sapevo intanto che accadeva. Mia madre è caduta come può capitare a chiunque? Mia madre non doveva cadere. In casa rimaneva un profumo di glicini quando usciva. Profumo di appuntamento e coperta da tirarmi su fino al collo, chiudermi nelle ginocchia e tornare ai miei numeri. Mia madre che si fa bella. Mia madre che ghigna quando incontra il suo sguardo allo specchio: custodire un segreto è giocarsi del mondo accanto. Anche di me, quindi. E avevo già smesso di essere piccolo e sordo, avevo smesso quando mio padre ancora lucidava marmo per i morti. Da quanto tempo nascondi, Madre? Non mi restava altro da fare che seguirla giù per le scale, e l’odore che sentivo scendeva insieme a me. Federico dov’era? Le gambe velate da dieci denari si muovevano osservate: mia madre teneva lo sguardo basso. Dove stai andando? Nei cassetti rivoltati tutto quello che trovavo lo sistemavo nuovamente com’era, stavo attento al verso dei fogli e dei quaderni, le penne in fondo, accanto a quei libri nascosti e dedicati con lingue laterali. Ho seguito mia madre per tutta via dei Sardi, fino allo Scalo, poi mi sono perso, lei confusa nel marciapiede vuoto, già dentro una macchina, forse, già dentro un portone: quale? Suonare e chiedere di mia madre? Perso, avevo perso. Ero vicino. E non sarei più sceso così in basso.

Provo a staccarmi dal letto di morte di mia madre, non considero questa sistemazione provvisoria, scarico la lavatrice, stendo le camicie, ritorno alla collaborazione di Drieu, alle collaborazioni, al romanzo borghese assediato dai surrealisti [panico!], torno indietro: manco dei bitumisti mi fido, non parlano più con me, forse il giudizio è sospeso, il loro pensarmi definitivo è sospeso e congelato, quindi parlo con mia madre quando si alza da quel letto e mi indica l’orologio sul muro, il tempo che scorre, la barba troppo lunga, i capelli che dietro nel collo si girano, mia madre che fiacca si mette a sedere in cucina coprendosi le gambe con una coperta di lana, che studia come avvicino il bicchiere alla bocca, che conta le sigarette spente, che ascolta la mia esclusione politica.
«Non vivo la stessa solitudine di Alberto Careri; detesto l’uomo, ma mi sforzo ancora di parlarci, e tendo il mio orecchio per sentire cos’ha da dirmi; mi censuro, consumo pasti regolari, mi addormento protetto da una donna enorme, ma sono solo, politicamente non rappresentato, un fungo di ritorno dal bosco, un giovane anarca: non essere rappresentati, non partecipare, non trovarsi da nessuno con nessuno: spenta la televisione e la radio e chiuso il giornale cosa rimane? I nostri giorni hanno parole frullate, lette viste ascoltate, la politica esegue, il locale non esiste. E non mi trovo!»
«Non è vero che non ti trovi se mi racconti questo. L’occhio che s’incanta è il tuo, l’orecchio teso in ascolto del vento come il naso che raschia sui marciapiede del quartiere sono i tuoi e di nessun altro. Spenta la televisione e la radio e chiuso il giornale rimane l’uomo e l’ambiente.»
«L’uomo che rimane è parlato!»
«Ascolta il rumore della città quando si sveglia o quando va a dormire! Dalla mia finestra riconosco voci di venditori e voci di compratori, voci di passanti e voci di motori. Il quartiere ha un suono diverso ogni giorno: com’è stropicciato il lunedì e disteso di sole il sabato mattina, non trovi?»
Il viso bianco e gli occhi cerchiati e le labbra secche non le facevano paura: era dentro e fuori a seconda degli schiaffi del dolore, piegata sotto le coperte o seduta sulla sedia di cucina. Resisteva.
«E il gruppo?» mi chiese.
«Il gruppo…» risposi tirandomi in piedi. «Il gruppo!… Perfino ieri, con D___, ci siamo detti che di questa fine avremmo dovuto farne intervento! O il solito archivio estetico!»
Aspettammo l’arrivo della signora Fratti in silenzio: mia madre chiuse gli occhi, forse sognò, la schiena comoda sulla sua sedia a dondolo, le braccia conserte, la testa si abbandonò al suo peso, cadde davanti e quando tornò su aveva gli occhi aperti su di me: «Scusa» disse «non ho dormito bene.»

[CAP 5 / Periferia di un ritorno, 2017 / romanzo]