Biografie o litografie?

Luigi Piras mi ha insegnato i movimenti di un attaccante: sul fallo laterale, per esempio, puoi anche andare verso la palla… e far salire la squadra!
Con Costante giocavamo a zona, dominammo la categoria degli Allievi provinciali e andammo a giocare al Muzzetto di Tempio…
Macché, io no: durante l’ultimo allenamento mi fratturai l’osso scafoide, e incontrai Laura… A lei confidai l’intenzione di smettere col calcio.
Ma sei hai solo quindici anni?
Per giocare fino ai quaranta devi diventare un grande Atleta… e io, io fumo troppo…
Andiamo al mare, più tardi?

w-300

 

Attraverso ricordi di ieri

La casa odorava di nuove forme. Profumi da sera, vestito lungo di seta, crema per il viso, matita dentro gli occhi, ombretto, rimmel. Lo specchio del bagno per truccarsi e quello a corpo intero di camera da letto per guardarsi vestita: ha aperto l’anta dell’armadio e non si è vergognata di vedersi così bella, mia madre. Nel silenzio di tomografie elettriche appuntate fitte sul quaderno arancione, contavo i suoi passi e la immaginavo a specchiarsi per sistemare i capelli, poi uno squillo a cambiarla di direzione, un altro squillo e pronto. Pronto? Niente e nessuno poteva tradirla. E non avrei mai risposto al telefono. Ordinavo il caos per non dimenticare nulla. Forse glielo dirò alla signora Fratti, oggi, le dirò che sapevo intanto che accadeva. Mia madre è caduta come può capitare a chiunque? Mia madre non doveva cadere. Nella casa era silenzio profumato di glicini quando usciva. Profumo di appuntamento e coperta da tirarmi su fino al collo, chiudermi nelle ginocchia e tornare ai miei numeri: ordinare il caos. Mia madre che si fa bella. Mia madre che ghigna quando incontra il suo sguardo allo specchio: custodire un segreto è giocarsi del mondo accanto. Anche di me. La verità è ordinare il caos, il non detto seduce, l’accadimento non riguarda più l’azione pensata. E avevo già smesso di essere piccolo e sordo, avevo smesso quando mio padre ancora lucidava marmo per i morti. Ascoltavo quello che non si dicevano. Odoravo il profumo di una cena. L’odore di mia madre rimaneva in casa, io aprivo cassetti e infilavo le mani per carezzare gli angoli in fondo: avanzavo nell’attesa buia di qualunque illuminazione, la scoperta di un rossore nascosto. Da quanto tempo nascondi, Madre? Non mi restava altro da fare che seguirla giù per le scale, e l’odore che sentivo scendeva insieme a me. Federico dov’era? Mi tenevo lontano, dentro il buio pisciato dai cani, battevo quell’odore coperto da una giacca che scendeva appena sotto il bacino. Le gambe velate da dieci denari si muovevano osservate: mia madre teneva lo sguardo basso. Dove stai andando? Nei cassetti rivoltati tutto quello che trovavo lo sistemavo nuovamente com’era, stavo attento al verso dei fogli e dei quaderni, le penne in fondo, accanto a quei libri nascosti e dedicati con lingue laterali. Ho seguito mia madre fino all’angolo del Bastione, poi mi sono perso, lei confusa nel marciapiede vuoto, già dentro una macchina, forse, già dentro un portone: quale? Suonare e chiedere di mia madre. Perso, avevo perso. Ero vicino. E non sarei più sceso così in basso. Mai più quell’odore con me nelle scale. Mi sarei addormentato dentro i cassetti. Ordinare il caos, significare quella mano e imparare una lingua laterale. Ci avrei provato ancora.