Un estratto dal Libro n. 3

Mi licenziarono i compagni, per le mie frequentazioni filosofiche.
Scrive così, il Protagonista, una mattina fresca di ottobre, a Bologna. Ci pensa ancora, giacché il destino di una collettività viene prima, sempre, di qualunque malessere personale, viene prima di tutte quelle pose individuali che ci allontanano da una concezione più ampia, che ci supera e ci comprende al contempo, quella comunitaria, societaria. Cosa ci faccia comunità o società è un discorso ampio che il Protagonista non intende riprendere in questa sede. Egli, intanto che scrive, soffre ancora. E non parla con nessuno. E quando appunta sul quadernetto qualche pensiero, il soggetto del suo incedere pensoso è la Terra da cui è venuto fuori, un’isola del Mediterraneo. E l’unico sforzo politico che lo impegnerebbe, oggi, riguarda la sua Terra e solo quella. Il discorso politico del Protagonista è sardo, per prima cosa. Anche se detto nella lingua del conquistatore. Egli, nella sua semplicità, auspica un popolo sardo, una coscienza sarda, una lingua insegnata con rigore fin dai primi vagiti del neonato. Quindi tace, perché il teatro della guerra in corso è un territorio nemico, che non gli appartiene. Qui si parla di destra e sinistra italiana e francese. Interessante come studio, non come teatro di scontro politico. Queste vecchierie, il Protagonista, le ha attraversate nella sua città durante l’università. E tanto basta.
Poi venne il tempo dell’arte. E dell’unica opera possibile.

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