ricordi di domani, attraverso

Elica Pentedattilo mi indica la scritta.
Io vomito addosso al quarto, stato. Vomito addosso al socialismo dell’umanità perché è l’umanità a non esistere. Non è l’epoca di fare l’arte per l’arte, ma come suggerisce Giuseppe Pellizza da Volpedo, è l’epoca di cagare in arte sull’umanità. Lavorate conquistatori del sole. Lavorate per la socialista umanità da Volpeda, zoppe forcate biforco su terra rossa, sole arancio, sfarzo di Paesaggio in rosa appena violato: automobile al passo del Penice, troppo veloce per essere vista, tecnica di trasparenza.
Elica Pentedattilo è pazza. Balla. Mi chiede silenzio a questo troppo chiacchiericcio di tecnica arrossata nei campi: divisionismo immancabile? Firmato insieme ad altri quell’undici aprile del 1910. La pazza in questi cinque anni ha continuato dentro e fuori da quella stanza. La pazza non è contemplata.
Il sismografo è un orologio della terra senza il tempo, misura senza tempo: Donna futurista, che solo di capelli sale. C’è un centro, un sole d’irradio e verdi e bianchi, coriandoli, il centro di una strada fermata, verticale, AntiBacon, AntiAlberto, velocità di pennello, dinamismo, stati d’animo, quelli che vanno:
Tutto muovere, correre, volgere rapido treno, fermate strade, treno, una figura mai stabile, omaggio, scomparsa e comparsa, divenire di una finestra, prospettiva, fuoco e luce, addii, stati dell’animo, quelli che vanno, quelli che restano, carne e visi dietro pennelli veloci e lunghi larghi da parte a parte, ti guardo da dietro quei segni, ti guardo guardata, e tu guardami.
Case strade alberi e troppe facce di fuori, troppe facce che vedo, troppe mani, linee, veloci, lampi, ritmo dell’archetto nella mano del violinista e tu balla mia cara Elica, ballami addosso, ancora, dove sei? E tu bevitore tornato da poco: com’era Parigi? Regali a forma di cubo ti porti dietro, una promessa di elasticità, donna al Caffè che ricorda la carica dei lancieri, guerra, punti d’appoggio tedeschi presi dai francesi, progressi in Alsazia. Chi parla? Parlano ancora di assoluta e completa abolizione del finito: non può esistere l’arte chiusa ametà. Spalanchiamo la figura e chiudiamo in essa l’ambiente, forme uniche di continuità dello spazio: per venti centesimi ne acquisti una moneta sporcata da un nudo simultaneo. Piccola velocità di soffici copia e incolla, di là della motocicletta di Sironi, dal suo buio di fabbrica, dalla testa e dai volumi, imperlati di francesine alla Scala di Milano, forze ascensionali al Tourniquet du Café de Paris, la signora Wowruff ci beve sopra, Vienna non è lontana dalla velocità.
«Carlo, dobbiamo andare.»
«Andiamo.»

raccogliere questo sommovimento

Erika : Anche voi mi confondete; mi chiedevo se fosse il richiamo di Parigi, o se il vostro dire familiare, o non so… che sia la mia maldestra fascinazione per il gusto di esser in tal modo “risposta”, preceduta, non sprecata!
Non cercavo nulla (forse l’inconsistenza, il dire senza dover necessariamente essere, o l’essere senza un volto) e trovo voi… e dunque? essere marmo o cera? essere niente, essere io, essere ancora?
Ma si fa tardi… a domani.

Saverio : Domani saranno baci, quindi. Ma oggi, qualunque “essere” voi siate lo trovo familiare. Non avete un volto, ma avete parole e “un’anima ben educata”. Forse cerchiamo negli altri un poco di quello che siamo (già) stati… non so. Ad ogni modo Parigi vi chiama, dunque. E voi, come rispondete? è passato quasi un anno da quando siete andata via, e non avete dimenticato nulla. E forse avete visto poco. Ditemi cosa vi manca di quella città… oggi che avete Roma!

[…]

a volte mi sembra di sentirmi un sacrificio.
un sacrificato a qualcosa. costretto alla vita. costretto a conviverla. costretto per qualcuno a rappresentarla – sapendo bene che la rappresentazione è l’affaire da cui fuggire. si è votati alla lingua e al (con)senso al contempo. è sarà commedia lunga e faticosa.
ci facciamo un the?