orvieto

Fermato all’odore dall’odore, alla vista dalla vista, a tutto da tutto, credo di non riuscire a distinguere i contorni di questo giardino: una foglia, un albero, il giallo gracchio sotto i piedi non hanno lo stesso odore. La vista, mi dico, è ingrassata senza gusto. L’odore, continuo, si racconta nel ricordo; in silenzio.
Raccogliersi e farsi parlare, già detto; cortese fino a un certo punto, fatto; disposto – ma non troppo – a ripetermi; nauseato dai depressi da statistica attorno a un tavolo di discussione; liberati tutti dall’esserci per forza; politica senza farla ogni giorno; spazi e temi sbordati collegati dalla competizione, dall’uno contro uno, dall’individuo assoluto che si nutre di prossimo e a sera si fa parlare da un estraneo dietro la scrivania che odora di tabacco; performanti, primi sul mercato dei farmaci e dei pomodori verniciati la mattina presto, primi davanti a un camino spento; nel lavoro superdotati, dopati per esistere; la notte deserta e la campagna ridotta a sterpaglia e muffa, a una porcilaia arredata con gusto, a una mangiatoia senza cristo noto dio.
E io, senza dio, mi libero d’io.
E risalgo.
Risalire dall’acqua, è così, pinneggiare lentamente per fissare i confini dell’apnea, lo stacco impercettibile tra luce e oscurità, ossigeno che si manifesta sferico agitato dalle valigie che mi tiro in superficie.
È privo di senso il ticchettio di un orologio su un cadavere.
È privo di tempo il senso della risalita.