io che mi trovo un taccuino sul divano macchiato

io che mi trovo un taccuino sul divano macchiato.
che lo apro e trovo queste parole e mi chiedo: chi è?
ma non chiedo.
stabilisco priorità: sentire la voce tua, mi basta, mi dico che avrò tempo per chiederti. tu per rispondere. io per ascoltare.
ascolto quando mi parli, in ascolto quando scrivi tumultuosa di monti di basalto
ricordi
le cagne della morte quando abbaiarono negli occhi quelle stelle?
nella nostra terra
ancora
nitriscono cavalli
nella nostra terra
ancora
sotterrano galline vive per la cena del bendato
ancora dormi è l’oggetto di chi ha dormito:
hai dormito?
dormire è paura che un’intesa possa rinascere muta e oppressiva?
nel sogno, dice franciscu, perfino il prete può sognare senza colpa.
nel sogno sa civedda – si scrive così? – è una parola che la veglia non ricorda.
ci sono quando traduci.
ci sarai quando ti tradurrò?
la traduzione è sempre condurre, un lavorìo meccanico, spesso.
la nostra sarà traduzione di atti dove la traduzione è di suo sospesa o non spetterà a noi.
ci sei?
ci sono. andiamo a respirare immagini: piazza yenne diventerà piazza bachis sulis il giorno che partiremo per aritzo.
o la notte prima.
ci sei?
a ragionare sulle storie che ci abiteranno?
terra nuda sotto i piedi nudi,
civeddas di fango e paglia, mattoni di làdiri da fare per una casa da ri-abitare con abito bianco
rigoroso abito bianco
trasparente di strascichi nelle braccia.
abito di spirito, di fata, di donna,
divinità
e grano
il mare vi accoglie
due pescatori
nudi.