spostarlo dove?

Ero cresciuto, ma non avevo smesso di guardare. Stavo diventando un guardone, pensavo questo di me, guardavo nelle case di fronte, mi piaceva, guardavo il bagno con le mattonelle verde acido, sapevo gli orari del professor Marchetti, quando stava nello studiolo e quando si metteva a letto nel pomeriggio, mezz’ora, a leggere, lo vedevo steso sul letto col libro in mano, e poi le tende coi pallini gialli e la cucina del terzo piano, il soggiorno del primo e la luce soffusa sopra lo scrittoio, e vedevo fogli e libri impilati su quello scrittoio. Pierpaolo il gobbo mi aveva scoperto, e quando incrociava il mio sguardo si metteva a urlare come un pazzo, e io tornavo dentro e aprivo il rubinetto della vasca e quando le grida finivano mi avvicinavo lento alla finestra, una piccola parte dell’occhio, solo quella. E quando se ne accorgeva riprendeva ad urlare. Pierpaolo il gobbo non sopportava domande, chiudeva gli occhi quando gliene facevi una e ti urlava di non disturbarlo tirando la testa all’indietro.

[…]

«Dobbiamo trovarci nuovamente» disse Roghudi.
Dobbiamo trovarci subito sennò diventa il solito esercizio di sottrazione per non dirsi addio. Un gesto, una parola, perfino il pensiero: fottuta sovrastruttura che comanda i suoi sensi. Ricordo gli occhi di Giulia e il piccolo abbraccio di Claudia e il profilo setato di Alberto (Roghudi?), la chitarra di una canzone popolare, Waits e Jünger continuamente giravano e girano, ancora stanze e polvere d’arancio riflessa o depositata sui libri. La schizofrenia è solo un ritardo di comprensione, una periferia, il ritorno dell’ultimo sussulto. Hanno ricoverato Pierpaolo, venti giorni di domande e sigarette negate. Forse l’hanno legato, lucibianche sparate in viso, inarcato – basta! – e le vene a scoppiare i polsi segnati.
Ancora.
Forse l’ultima.