Nella fase theta del sonno cantano le balene: l’onda scende di frequenza, sotto gli 8 Hz, e gli occhi si muovono ancora per poco. L’onda è funzione di uno spazio e di un tempo.

Spettro, fantasma, ombra: repente, sparve al mio tocco.

Apparenza, parvenza, finzione: non potendo avere la realtà mi appago del suo simulacro.

Tutto viene ridotto a semplici onde: Angie, Clora, Marta, Gianluca, Lubitch, la sbarra, la terra, il sale, il pepe, l’olio, l’aceto, il tempo, sono modelli della nostra simulazione quotidiana chiamata realtà.

Spalle strette e braccia lunghe e mani che suonano sopra gli oroscopi del nuovo anno. Il pianista è distratto, ascolta la cronaca profumare di polvere il vino appena versato, odora la noia della sera (è passato quel tempo), smette di suonare (quando?), batte col piede quattro volte e riparte:
Angie non si doveva chiamare Marta.
Marta non doveva partire.
Lubitch non poteva ricordare.

Mi esce addirittura un bravo schiacciato dall’applauso nervoso che inizio e concludo. Luca, seduto accanto alla vetrata batte tre volte con le mani in direzione del pianista, senza guardarlo. Clora non si accorge che il pianista ha appena finito di suonare. (È passato del tempo da quando il pianista ha smesso di suonare. Quanto tempo è passato?)
Sono l’unico a continuare l’applauso, solo.

[Il pianista mi guarda e si toglie il capello, non sorride come nel racconto; non si avvicina al mio tavolo né mi chiede una sigaretta; non gli dico che penso continuamente alla neve gialla, Angie, e non lo guardo più e non smetto di applaudire quando tutto è silenzio attorno a me. Dai tre gradini di legno che scendono verso il bancone del bar, si affaccia Laura con un bicchiere di vino rosso. Nel racconto si poteva parlare di noi, si poteva fumare e perfino sorridere.]