bacone registrato

Ma non ero tenuta a dare spiegazioni: la biblioteca Fratti chiudeva come aveva chiuso la marmeria. A ripararsi dal freddo d’inverno sarebbero andati da un’altra parte. Ho sempre ascoltato molto in vita mia.
Anche io.
Lo so. Cosa mi leggi?
Ascolto il suo respiro ora silenzioso, digrigna i denti, si muove, mi cerca. Non riesco a dormirle accanto, non oggi. Credevo volesse soltanto che io leggessi per lei, solo questo, e mi ero portato il libro dalla biblioteca: camminavo lungo il tappeto del corridoio: la mia ombra si allungava fino al lume successivo. Cercavo il passo che avrei letto ma il salone che dava sulle stanze da letto era spento. Cercai la luce: non accendere, ti prego, vieni.
Mi bloccai accanto alla cassapanca, calcavo i suoi confini intagliati con le dita, forte. Sarei dovuto scappare per non sentire quel respiro, quell’odore. Sarei dovuto scappare per non sentire la sua pelle, la sua voce.

«Non v’è pensiero che rimanga: pensiero è fluire d’acqua.»
Posò il bicchiere sul ripiano di legno accanto al divano e si mise nuovamente comodo, lo sguardo alto sul soffitto, continò a pretendere che ci fosse una logica nel suo dire. Sedevamo attorno al tavolino di legno, in attesa:
«Il pensiero è scaduto scadendosi; il pensiero non vocalizzato muore quando gli si dà conclusione, quando lo si pretende ultimato; il pensiero è il fiore dell’agave, destinato a morire dopo una breve fioritura; il pensiero è ritardo, febbre, respiro corto. Avete mai ripreso a voce alta le esatte parole di un pensiero? A me capita di ripetere ossessivamente la prima parola uscendo dalla mia ricerca, dal fine prefissato; mi basto del suono quasi inconsapevolmente. Quando penso a voce alta non penso; non penso mai a voce alta. E voi? Non si può pensare a voce alta, non si può dire che non sia già detto dentro il pensiero (dietro?). Se struttura ha il pensiero è una griglia.»
E si schiarì la gola sollevandosi dallo schienale della poltrona. Ci guardò uno per uno:
«Immaginate una griglia che riesca a chiudersi e ad aprirsi a seconda dei capricci dell’umano pensare: a volte è la ragione parrucca a possedere le chiavi e quindi a chiudere questa griglia o ad aprirla; a volte invece è l’irrazionale che vocalizza o meno il pensiero. Oh, la voce, vomito di suono… Vi chiedo ancora un po’ da bere signora Fratti, non sono soltanto esperimenti questi, non v’è solo gioco matematico e suono ribadito al ribadino, pretendiamo di trattenere il ricordo come fosse oggetto, di possederlo volgarmente; dovrei mettermi a leggere prima di andare a dormire, nascondermi da tutti gli occhi, chiudere la finestra, tirare la tenda, mettermi nudo sotto le lenzuola e masturbarmi. E invece no; esco di casa e aspetto il nuovo sole provandomi privato di pensiero e automobili in coda: ogni azione è manifestazione di pensiero, ripetizione; è l’atto quindi a sospendere il pensiero, perfino l’atto vocale, quel vomito sonoro che coloriamo di concetto. La lingua deve percuotere l’immagine. E suonare.»
Ritornò con la schiena sulla poltrona, ancora in attesa del bicchiere perché la signora Fratti si era fermata e lo guardava: Fabrizio Bacone si attaccava alle nostre caviglie e lasciava segni rossi di corde strette; a me era capitato di farlo davanti a la signora Fratti: avevo chiuso la finestra di camera sua, tirato le tende e nudo mi ero masturbato sul suo letto davanti a lei che mi gurdava con le mani posate sulle ginocchia; fu una richiesta della mia signora.

[oggi mi hanno regalato sbriciolunagliobitch. è un libro.]

finegiugno

mi sveglio tardi che fuori le macchine scivolano andature costanti sotto cieli di solegiugno; l’estate piene finesettimana di lavoratori galoppati: ci siamo, pare che dicano: ci siamo, pare di sentirli. sul mio tavolo da lavoro accanto alla finestra, poco spazio per le ipotesi di sistemazione che avevo in mente: tre davanti e tre dietro, come i mantelli neri che irrompono in galleria: tre parti superiori fanno la parte superiore del mio tavolo; tre parti inferiori fanno la parte inferiore del mio tavolo. in mezzo alla parte inferiore una tastiera; a destra di questa un elenco, il solito: marco padre tarchi ughetto opìfice primalibri locanda e così di seguito fino alla fine del foglio. raccolgo e conservo, sempre così. avverto la necessità di liberare la testa, di non farla girare come gira, di rallentarne le assurde velocità di rimandi e ipotesi del tempo che domani ci attende: scrivo, elenco, segno.
ieri fabrizio bacone si è presentato a fabrizio bolognesi, li ho fatti incontrare prima di cena, tra una birra e una (mia) sigaretta – ah, fumo compulsioni e nevrosi e credo siano gli unici tic. carlo palizzi ha raccontato l’irruzione che fecero in galleria. fabrizio bolognesi ha ascoltato in silenzio, ogni tanto la mano al bicchiere per sorsare birra fresca un tempo sarda. poi ha detto subito che lì c’è CB, che il testo è molto attoriale, che gli piaceva sì… ed io ci sono rimasto male, non so: come può dire che lì dentro c’è CB e non per esempio Céline o Baudrillard o la mia vita? come fa a dire che c’è CB e non ci sei tu? gli ho posto l’obiezione dell’uomo come medium. gli ho posto l’obiezione dell’uomo come essere parlato: sempre. il mezzo ci parla: che questo mezzo sia un altro uomo, un libro, un giornale, la televisione poco importa. ho visto che tirava gli occhi per aria: ci penserò mi ha detto. molto interessante ha continuato.

[e continua la mia invocazione al fantasma d’astarte che indossi: parlami. e ci sei e parli da un calendario appeso al muro di casa. e ci sei quando mi levo tardi e ridi del solito senso di colpa. poi arriva la morte, che si prende una parlata indurita da quarant’anni. a me rimane poco, forse una mezz’ora, seduti quasi in cerchio su sedie di legno: al centro oggi immagino il fuoco.]