pubblico di merda

Nella terrazza del Cassero è tutto uno sferragliare di posate, risa e cicaleccio, estate, abbronzatura, pantaloni di cotone blu, freschi, piatti rotti, frullatore acceso, sedie e tavolini trascinati, cielo di stelle, problemi audio, birra al tavolo 15, al tavolo 7 invece del vino bianco, ordinazioni urlate, soddisfazione perché è proprio una bella serata, pacche sulle spalle, odore di carne, maiale, odore di imbarazzo, non solo il mio. Pubblico di merda avrebbe urlato Michele Apicella. E il pubblico magari avrebbe risposto in coro con tanto di applauso. Il tocco gelido della sconfitta era di tutti quelli capitati in quella terrazza per ascoltare la presentazione di un libro, sormontati di volgarità e manifestazione vocale di presenza altrimenti assente: praticamente una serie di tavoli sui cinquant’anni che avevano troppo da dir-si per ascoltare, troppa urgenza del farsi dire, una specie di gara. Eppure, per questo pubblico sbadato e tronfio e bombardone, gli anni ottanta sono stati una vita più o meno consapevole; sopra gli anni ottanta ci hanno camminato con le loro gambe, sono loro che hanno fatto quel decennio così algido e vaporoso.