notti e tetti storti

la sala è la stessa, poltroncine di velluto rosso, che digradano lentamente se ci cammini affianco, non ci faccio caso comunque perché capita passino al blu, velluto blu mi dico, o al viola, sempre di velluto.
quando mi siedo non ho ricordi definiti, la scena rotola sul telo 12×4, qualcuno corre e gli inciampi sono prevedibili, ciclici, eterno ritorno dei giusti e degli ingiusti, spettatori (v)agiti rancorosi di lontano. si accalcano.
quando mi alzo spalanco la finestra che ride sui tetti storti, c’è un giorno sul calendario che dovrei appuntare, così da confrontarlo coi (v)agiti rancorosi di lontano. ci sarà quel giorno.
a ricordarmi i giusti e gli ingiusti, che le lune cambiano e affondano nelle medesime notti.

Ritagli

La prima volta che andai da Tita a Venezia avevo dodici anni, era estate e sul treno che attraversava l’Italia pensavo a quei riccioli biondi che lasciavo per un mese, alle corse in bicicletta nelle stradine del mio paese, alle notti di taranta che avevo appena imparato ad ascoltare: «Non ci voglio andare da Tita» dissi a mia madre. «Voglio stare qui, voglio andare al mare.» Ma lei pareva non sentire intanto che sistemava con cura la valigia. Fu il primo di tanti addii, il primo viaggio da solo, la prima volta della nostalgia. Mia madre mi accompagnò fin dentro il vagone, sistemò la valigia in alto e mi disse di guardare i cartelli quando il treno si fermava: «Tu devi scendere quando leggi Venezia, hai capito?»

da Vite sullo Ionio di Arnaldo Pascucci, Magna edizioni, 1968