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Noi passiamo, la Sardegna resta! Questo è un adagio che vado ripetendomi da tempo, come un atto di responsabilità per chi verrà dopo di noi: ogni passo lascia un’impronta che i nostri figli sapranno riconoscere, e giudicare. L’impronta politica che la mia esistenza ha ereditato nascendo, era il 1977, è italiana nella sua architettura statale, nella sua forma. La mia sardità rimane invariata, la mia insularità da per sempre indivisibile. Politicamente non sono rappresentato nemmeno nell’unico parlamento possibile – quello sardo! Alle ultime elezioni regionali ho votato l’indipendenza, come altri centomila sardi. Il nostro voto non è andato sprecato, no! Ha creato coscienza! Ha gettato semi. Ha impietosamente sancito che divisi non andiamo da nessuna parte. Ha detto che il fronte indipendentista, per essere vera alternativa al blocco italiano destra/sinistra deve essere unito (nella divisione). Il primo obiettivo del discorso indipendentista dev’essere l’indipendenza della Sardegna. Vuoi una Sardegna libera? Unisciti a noi, stiamo discutendo questa lotta di liberazione, questo estremo atto di libertà.
Il programma di governo lo faremo da sardi liberi, ognuno con la sua voce, ognuno con la sua impronta ereditata.
Da circa dieci anni vivo un silenzioso esilio volontario – prima nella città di Bologna, e ora in Francia, a Parigi. Mi sono allontanato dalla mia Terra (anche) per meglio comprenderla, e la distanza praticata mi ha insegnato a vedere i suoi confini naturali – interni ed esterni all’Isola – come ponti di collegamento culturale e metapolitico, sintesi di una discussione mediterranea.
E durante questo esilio volontario è maturata l’urgenza di una lotta di liberazione, attraverso la quale definire puntualmente le cessioni di sovranità della nostra Repubblica di Sardegna.